Una delle più grandi conquiste dell’umanità è il libero pensiero che porta a confronti sereni d’idee. Allora, come mai i confronti, anche televisivi, risultano sempre agitati?
Facile parlare di ideologia, ma il vero problema è la poca immunità ai meme. Cioè una specie di imbonimento su idee ripetute per attrarre seguaci di un movimento di qualsiasi tipo, e, pensate, funziona da millenni.
Molti seguaci di ideologie sono come persone che, pur vagando in un esteso campo della sapienza, portano seco due steccati, fissati dai meme e dall’ ideologia, entro cui camminare.
La loro diviene una “cultura memetica”.
I meme sono unità culturali, idee e credenze che si trasmettono proprio come i geni, spesso inconsapevolmente, influenzando scelte, emozioni e visioni del mondo.
Chi aderisce a un’ideologia senza spirito critico è come “infettato” da un meme resistente, difficile da estirpare, perché dà identità, conforto, appartenenza. Anche a costo della verità. La metafora dei due steccati è perfetta: sembrano liberi, ma camminano su binari mentali già tracciati, ripetendo slogan, convinzioni, narrazioni ricevute e non elaborate.
In fondo, scrollarsi di dosso i meme dominanti è un atto di emancipazione mentale. Ma richiede un prezzo: la solitudine del pensiero critico che va seminando libertà, tra i campi delle idee.
Questo limitare il libero pensiero serve a mantenere unito un gruppo sociale.
Poi è anche “confortevole”, e segue un poco il percorso ripetitivo della memoria senile che ricorda molto vecchi percorsi ed ha difficoltà a formarne dei nuovi.
Il limite al libero pensiero è il prezzo della coesione sociale un meccanismo antico quanto l’uomo. Le idee condivise (memi dominanti) creano identità di gruppo, senso di appartenenza, stabilità. Ma, come accennato, diventano anche una zona di comfort mentale, in cui si preferisce ripetere ciò che è già noto piuttosto che affrontare l’incertezza del nuovo.
La mente si irrigidisce nei solchi già percorsi, come le società antiche per non crollare nell’instabilità. Ma la vita, per rinnovarsi, ha bisogno di “deviazioni”, di chi ha il coraggio di pensare il nuovo.
E così si chiude il cerchio: i conservatori mantengono la struttura, i pensatori liberi la trasformano. Entrambi servono.
Ma senza i secondi, non c’è futuro.
