Il caso Ranucci riapre una ferita che conosco bene. Non è la bomba a fare più male. È il silenzio di chi dovrebbe starti accanto e non c’è.

C’è un momento, per chi fa informazione sul serio, in cui capisci che il pericolo più grande non arriva mai da dove te lo aspetti. Giunge dopo, allorquando tutto il mondo ti aveva già avvisato dei pericoli che stavi correndo.

Arriva quando l’attacco è già avvenuto e tu, invece di essere protetto, diventi il problema da gestire.

È quello che sta succedendo in questi giorni a Sigfrido Ranucci. Dopo l’ordigno esploso davanti a casa sua, mentre la Procura lavora per capire chi lo abbia voluto morto, un partito politico prepara un esposto contro di lui e la Rai sospende le repliche di Report. Chi doveva essere tutelato si trova a doversi difendere. Chi ha sempre fatto domande scomode viene trasformato lui stesso in una domanda a cui rispondere.

Chi ha vissuto certe cose sa che non serve una censura ufficiale per zittire una voce. Basta molto meno, tipo insinuare un dubbio, lasciare che l’ombra si allunghi, fare in modo che il problema sembri essere la persona e non ciò che quella persona ha raccontato.

Quando la verità diventa una colpa

Sono una giornalista, iscritta all’Ordine dei Giornalisti della Campania, e questa storia non la leggo da spettatrice.

Ho pagato il prezzo di aver detto la verità senza scendere a patti ed ho subito ritorsioni sul piano lavorativo per non essermi piegata a lusinghe ed offerte che avrebbero significato tacere, o quantomeno ammorbidire quello che sapevo. Ho scelto di non cedere e quella scelta, alla fine, mi è costata l’allontanamento dal giornale per cui lavoravo.

La solitudine che fa più male dell’attacco

Ma il punto più doloroso non è stato quello, quanto scoprire chi non c’era, nel momento in cui contava davvero.

Ho difeso a spada tratta persone che consideravo amiche. L’ho fatto senza se e senza ma, anche quando questo significava andare contro il parere di mia madre, contro chi mi vuole veramente bene e mi metteva in guardia. Non l’ho fatto per ingenuità, bensì perché il senso di giustizia che porto dentro non mi ha mai permesso di guardare altrove, e perché ho sempre rifiutato di sporcare quel senso di giustizia con i giochi della politica.

Quando è toccato a me, quelle stesse persone sono scomparse. Chi avevo protetto senza calcolo si è tirato indietro proprio quando la protezione sarebbe stata reciproca. Ed è lì che ho capito una cosa che oggi vedo ripetersi nella vicenda di Ranucci: si può sopravvivere ad un attacco. È molto più difficile sopravvivere al vuoto che si crea intorno, quando le persone su cui pensavi di poter contare scelgono il silenzi

Perché la libertà di stampa si perde nel silenzio degli altri

Chi si occupa di informazione lo sa: la libertà di stampa non muore solo quando un giornalista viene messo a tacere con la forza; più spesso, avviene nel modo più silenzioso e quotidiano: quando quel giornalista viene lasciato solo.

Non serve un divieto formale. Basta che i colleghi abbassino lo sguardo, che le istituzioni che dovrebbero garantire indipendenza scelgano la prudenza al posto della tutela, che chi ha condiviso battaglie decida che è più comodo defilarsi. La delegittimazione funziona così, senza clamore, un passo alla volta, fino a che la voce che dava fastidio smette di far rumore non perché sia stata zittita, ma perché è rimasta senza nessuno accanto.

Per questo la vicenda di Sigfrido Ranucci non riguarda solo lu, ma l’idea stessa che il giornalismo possa ancora fare il suo mestiere: indagare il potere, raccontare quello che altri preferirebbero restasse nell’ombra, e farlo sapendo che quella scelta ha un costo.

Un augurio, da chi ci è già passata

Spero che la vicenda di Ranucci si chiuda in modo più dignitoso di come si è chiusa la mia e che la sua rete regga, che qualcuno resti, che il rovesciamento tra vittima e sospettato si fermi prima di lasciarlo davvero solo.

Infatti il danno peggiore non è quello che si subisce nell’istante dell’attacco, bensì quello che arriva dopo, quando ti guardi intorno e scopri che chi doveva esserci ha scelto di non esserci più.

La libertà di stampa non viene meno il giorno in cui un giornalista viene attaccato, ma il giorno in cui lo si lascia solo.

 

Di Annalisa Capaldo

Annalisa Capaldo nasce l'8 dicembre 1978. Si laurea in Sociologia Politica il 28 novembre 2002, a pochi giorni dal compimento dei ventiquattro anni, e prosegue la sua formazione con un master in Economia della Progettazione Sociale, oltre a numerosi corsi e attestati professionali come mediatrice culturale, esperta di pari opportunità e politiche di genere, catalogatrice del libro antico w moderno. Ha ricoperto il ruolo di direttrice dei servizi generali e amministrativi nella scuola pubblica. La sua vocazione per l'insegnamento si esprime attraverso le lettere antiche — Latino e Greco — insieme all' Italiano, alla Storia, alla Filosofia ed alla Sociologia. Nel 2025 consegue l'iscrizione all'Ordine dei Giornalisti come pubblicista, coronando un percorso di scrittura giornalistica che affonda le radici da tempo: ha collaborato con testate locali e regionali, dal 1998, quali L'Osservatore dell'Agro, Il Cronache del Mezzogiorno, Metropolis, Agorà Notizie, La Rotonda, Agro Today e approda oggi a Il Risorgimento Nocerino. Sposata da ventuno anni, è madre di tre figli. Persona di carattere serio, donna appassionata e sempre sincera, amante del calcio, riversa il suo amore per la parola anche in saggi e poesie. La cultura e la politica non sono per lei semplici interessi, ma dimensioni fondamentali dell'esistenza.