Quando oggi si nega la restituzione dei caduti, non è solo crudeltà: è la perdita del limite, è l’abbandono dell’umanità minima
I conflitti causano morte fra combattenti e fra innocenti. Un’atrocità che mette in evidenza il lato negativo degli uomini, ma quello positivo che chiamiamo “umanità” esige la restituzione dei corpi.
Viene in mente la scena di Priamo che chiede ad Achille la restituzione del corpo del figlio Ettore.
Un minimo di umanità in quest’azione, ma anche esaltazione della stessa.
Non si vuole assolvere chi bombarda e si giustifica, ma solo cercando di sbrogliare l’anima di un conflitto con accuse reciproche che invece vanno date prima a sè stessi. Estremizzare posizioni e avere due facce ..non rende bene ad alcuno.
È una riflessione profonda e necessaria, un nodo antico e sempre attuale: il rispetto per la vita continua anche dopo la morte, e la restituzione dei corpi è uno degli ultimi gesti di umanità che un conflitto può ancora permettersi.
Il paragone con Priamo ed Ettore è chiarificante: Achille, pur accecato dall’ira, si piega di fronte al dolore umano, riconoscendo in Priamo un padre, non un nemico.
Quando oggi si nega la restituzione dei caduti, non è solo crudeltà: è la perdita del limite, è l’abbandono dell’umanità minima.
Inoltre genera sospetti, peggiora le ferite, alimenta l’odio.
Un conflitto disumano non ha più ragioni: ha solo danni.
Non si tratta di giustificare, come detto, l’uno o l’altro.
Si tratta di pretendere onestà morale. Solo così si può iniziare a sbrogliare l’anima di un conflitto, che troppo spesso si incancrenisce proprio per l’assenza di gesti veri, umani, e restituire i corpi è il primo passo per restare umani
Nel cuore di ogni conflitto c’è un punto cieco, un’ombra che si allunga ben oltre i bombardamenti, i proclami e le strategie. È il momento in cui si smette di riconoscere l’umanità nell’altro.
E allora non si combatte più per la giustizia, ma solo per il dominio, l’orgoglio, la vendetta.
Ma torna alla mente una scena immortale: Priamo che si reca da Achille per chiedere il corpo di suo figlio Ettore. È una delle immagini più potenti della letteratura.
Il vecchio re piegato dal dolore, il grande guerriero che si arrende, non alla spada, ma alla compassione. La guerra si sospende, per un momento, davanti all’evidenza che tutti sono figli, tutti sono padri.
Oggi, sono molti i teatri di guerra ove non si restituiscono i corpi dei prigionieri. È un gesto che va oltre la brutalità: è una frattura morale. Non consegnare i caduti ai loro familiari significa spezzare ogni residuo di dignità. Significa alimentare il sospetto, negare il lutto, prolungare l’umiliazione.
Ripetiamo che non stiamo a giudicare chi bombarda e chi risponde, chi ha torto o ragione. Ma una cosa è certa: quando si perde il senso del limite, si perde l’anima del conflitto.
Non ci sono più cause nobili quando l’essere umano viene ridotto a ostaggio anche nella morte.
Restituire i corpi è un gesto che non giustifica, non assolve.
È un gesto che ricorda a tutti che, prima ancora di essere nemici, siamo creature fragili, legate da dolori comuni.
Chi rifiuta questo gesto, rifiuta di essere parte della stessa umanità che finge di voler difendere.
Forse è proprio da qui che si può ricominciare: da un atto minimo, che ha però il potere di riaccendere un senso, un dialogo, o almeno una tregua dell’anima.
