Presso la Biblioteca Comunale di Nocera Inferiore, venerdì 26 giugno, si è tenuto un dibattito da cui nasce la mia riflessione odierna.

“Potere, informazione e libertà di espressione al tempo dei social network”. Erano presenti Andrea Manzi, docente di comunicazione giornalistica multimediale all’Università di Salerno e fondatore de La Città, e Carlo Verna, giornalista RAI già presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti. Le domande che il giornalismo italiano fatica ancora a porsi con onestà sono state: chi controlla davvero la narrazione? Chi paga chi? Quanto vale, oggi, la libertà di stampa locale? L’introduzione di Salvatore D’Angelo ha aperto uno spazio di riflessione in un territorio dove parlare di informazione e potere significa, inevitabilmente, parlare di se stessi.

Gramsci aveva ragione, e lo sapeva

Antonio Gramsci, nei Quaderni del carcere, elaborò uno degli strumenti intellettuali più potenti del Novecento: il concetto di egemonia culturale. Per lo scrittore sardo il potere non si esercita solo attraverso la coercizione, l’esercito, i tribunali, la polizia, ma soprattutto attraverso il consenso, ovvero la direzione intellettuale e morale esercitata tramite le istituzioni civili: chiesa, scuola, stampa, cultura, senso comune. Una classe è davvero dominante non quando impone con la forza la propria visione del mondo, ma quando riesce a farla apparire naturale, universale, ovvia. Le idee della classe dominante diventano le idee di tutti.

Istituzioni religiose, scolastiche, organi di informazione e, oggi, social network costituiscono gli apparati principali attraverso cui una classe dirigente costruisce il proprio consenso. Gramsci lo aveva intuito guardando i giornali dell’Italia del primo Novecento. Se potesse osservare le dirette Facebook dei sindaci e i comunicati stampa trasformati in storie Instagram, probabilmente non si stupirebbe affatto. Cambierebbe il mezzo, non la logica.

Per Gramsci il giornalista deve prendere posizione: è un partigiano contro l’indifferenza, collante della società civile, radicato nei contesti locali. Questa visione del giornalismo come presidio democratico territoriale, come antidoto al potere che si auto-racconta, è esattamente ciò che l’informazione locale sta perdendo, pezzo dopo pezzo, redazione dopo redazione.

La fabbrica del consenso non è una metafora

Nel 1988 Noam Chomsky e Edward S. Herman pubblicarono Manufacturing Consent, un’analisi destinata a diventare un classico imprescindibile della sociologia dei media. I due autori mostrano come i mass media siano istituzioni ideologiche potenti ed efficaci, che compiono una funzione di propaganda supportiva del sistema in cui si trovano, in virtù di una dipendenza dal mercato in cui operano. La tesi di fondo è scomoda perché non accusa i giornalisti di malafede individuale: accusa la struttura. Il modello di propaganda non sostiene che i giornalisti mentano, ma argomenta qualcosa di molto più inquietante: che il sistema mediatico stesso è progettato, attraverso la sua logica economica e strutturale, a filtrare le informazioni che minacciano gli interessi dei potenti, e a farlo senza che nessuno emetta un singolo ordine diretto.

Questa dinamica strutturale si manifesta con particolare violenza nell’informazione locale. Se un giornale campa di contributi comunali o di sponsor vicini all’amministrazione dominante, fare domande scomode diventa un rischio esistenziale. Il conflitto di interessi non è etico, è architettonico. Non è la cattiveria del singolo redattore: è il modello che non regge. L’autocensura non te la impone nessuno dall’esterno, ma te l’autoimponi.

La modernità liquida ha dissolto anche la notizia

Zygmunt Bauman, il grande sociologo polacco scomparso nel 2017, aveva descritto con precisione profetica il mondo in cui viviamo. Nella modernità liquida tutto è momentaneo, fluido, cangiante, ambiguo, precario. In Sorveglianza liquida, scritto con David Lyon, Bauman analizza come i social media siano diventati strumenti di controllo accettati e persino desiderati dagli individui stessi.  La cessione di dati, di attenzione, di consenso non avviene più sotto costrizione: avviene per scelta, anzi per piacere.

Questa fluidità investe l’informazione in modo devastante. La notizia verificata, il dossier costruito con mesi di lavoro, l’inchiesta che richiede accesso agli atti, spostamenti fisici, fonti da proteggere: tutto questo ha un costo economico enorme e una resa algoritmica quasi nulla. Un litigio in consiglio comunale genera diecimila visualizzazioni; il bilancio preventivo dello stesso comune ne genera duecento. L’algoritmo non premia la verità, quanto piuttosto il coinvolgimento emotivo. Le istituzioni imparano a comunicare per clip e non per dossier. I cittadini imparano a giudicare per clip. Il circuito si chiude su se stesso, e dentro quel circuito la democrazia diventa spettacolo.

Disintermediazione totale: quando il sindaco parla direttamente

La rete e i social hanno fatto saltare quattro intermediari in un decennio. Il politico non ha più bisogno del giornalista per arrivare al cittadino: apre una diretta, lancia un sondaggio su Stories, risponde sui commenti di Instagram. I vantaggi sono reali: velocità, contatto diretto, accessibilità. I limiti sono altrettanto evidenti: zero contraddittorio, nessuna verifica, tutto diventa comunicazione invece che informazione.

Il cittadino, dal canto suo, ha smesso di essere spettatore passivo; egli flma la buca, tagga l’assessore, crea il caso in tre ore. Questo dà un potere enorme alle persone comuni, che vent’anni fa era impensabile.. Infatti, agli inizi del 2000 se un giornale non ti pubblicava, restavi muto. Oggi puoi aprire una pagina, denunciare, raccontare. Questo è spazio di libertà autentica, e sarebbe disonesto negarlo. Tuttavia quel potere porta con sé il rischio della gogna pubblica, del processo sommario senza diritto di replica, del fatto che l’indignazione virale sostituisca l’accertamento dei fatti.

Il concetto gramsciano di egemonia culturale rimane centrale nel confronto pubblico contemporaneo, ma spesso viene svuotato del suo significato originario, in uno scenario dominato da social network, comunicazione immediata e polarizzazione politica. La camera d’eco algoritmica fa il resto: il sistema ti mostra contenuti simili a ciò che già pensi, per cui il dialogo tra istituzioni e cittadini diventa sempre più spesso un dialogo tra istituzioni e i propri sostenitori. Gli altri spariscono dal feed, e con loro sparisce la possibilità di un confronto reale e si un pensiero critico.

Libertà di parola sì, libertà di stampa no

Il paradosso è stridente. La libertà di parola non è mai stata così diffusa: abbiamo evidenziato che chiunque può pubblicare, commentare, denunciare, costruire una propria narrazione. La libertà di stampa, intesa come capacità di fare giornalismo verificato, autonomo, finanziariamente indipendente, è invece in crisi profonda. Nelle democrazie contemporanee il consenso alle decisioni politiche è in larga misura fabbricato o condizionato dai media, e la censura che opera è molto più sottile di un divieto frontale aperto, perché funziona principalmente nella modalità dell’autocensura.

Dato che verificare, fare inchieste, spostarsi con la propria automobile o coi mezzi pubblici, costa tempo e soldi, mentre un post indignato costa zero, si finisce che il mercato premi l’opinione e non il reportage. Le redazioni non possono permettersi di pagare i propri giornalisti, o pagano così poco da rendere insostenibile la professione per chi non ha altre entrate. Il giornalista locale, oggi, o si vende o cambia mestiere, o sceglie di occuparsi di cultura, sport, teatro, poesia: terreni su cui può mantenersi integro senza ricevere compenso. Tre scelte sbagliate per ragioni diverse, ma tutte figlie dello stesso fallimento strutturale.

Verso quale informazione stiamo andando?

Non nella direzione che una persona di buon senso auspicherebbe. Il panorama si sta tripartendo con una chiarezza sempre più netta. Da un lato c’è l’informazione istituzionale: i canali social dei Comuni, delle Regioni, delle istituzioni pubbliche. È assodato che si tratti di propaganda veloce e capillare, spesso efficace, raramente contraddetta. Dall’altro lato c’è l’informazione attivista: pagine e gruppi di cittadini che denunciano, genuine nella motivazione, quasi mai verificate nei fatti, spesso faziose nell’impostazione. Nel mezzo, sempre più esile e sempre più solitaria, c’è l’informazione di nicchia e di sacrificio: quella di chi vorrebbe fare giornalismo vero ma deve campare d’altro, e dunque si sposta volontariamente su temi meno scottanti per preservare la propria indipendenza senza ricevere un euro.

Le istituzioni socio-culturali, scuole, università, giornali, giocano un ruolo cruciale per il controllo della cultura, e l’egemonia culturale non si combatte se non si comprendono i meccanismi che la sostengono e la rinforzano. Se il giornalismo locale muore, muore il controllo sul territorio e senza controllo, la democrazia diventa spot pubblicitario, bella da guardare, vuota di sostanza.

Un nuovo modello è possibile, ma richiede coraggio

La domanda finale è quella più difficile. Posto che scrivere di politica locale è diventato insostenibile e professionalmente pericoloso, serve un nuovo modello per l’informazione di prossimità. Abbonamenti civici, fondazioni no-profit, cooperative editoriali davvero libere ed onestà intellettualmente: soluzioni che esistono già in altri paesi europei e che in Italia restano esperienze marginali, spesso guardate con sospetto da un sistema che preferisce il giornalismo dipendente a quello libero.

La scelta non può essere, a tempo indeterminato, tra “asserviti” e “poeti”, tra chi scrive ciò che il potere vuole e chi di bellezza per non sporcarsi le mani. Gramsci chiamava il giornalista un intellettuale organico al popolo, non al palazzo. Recuperare quella tensione civile, costruire strutture economiche che la rendano praticabile, è la sfida che il dibattito pubblico ha il dovere di affrontare senza ipocrisie. Il territorio lo richiede e la democrazia lo esige,.

Annalisa Capaldo

 

 

Di Annalisa Capaldo

Annalisa Capaldo nasce l'8 dicembre 1978. Si laurea in Sociologia Politica il 28 novembre 2002, a pochi giorni dal compimento dei ventiquattro anni, e prosegue la sua formazione con un master in Economia della Progettazione Sociale, oltre a numerosi corsi e attestati professionali come mediatrice culturale, esperta di pari opportunità e politiche di genere, catalogatrice del libro antico w moderno. Ha ricoperto il ruolo di direttrice dei servizi generali e amministrativi nella scuola pubblica. La sua vocazione per l'insegnamento si esprime attraverso le lettere antiche — Latino e Greco — insieme all' Italiano, alla Storia, alla Filosofia ed alla Sociologia. Nel 2025 consegue l'iscrizione all'Ordine dei Giornalisti come pubblicista, coronando un percorso di scrittura giornalistica che affonda le radici da tempo: ha collaborato con testate locali e regionali, dal 1998, quali L'Osservatore dell'Agro, Il Cronache del Mezzogiorno, Metropolis, Agorà Notizie, La Rotonda, Agro Today e approda oggi a Il Risorgimento Nocerino. Sposata da ventuno anni, è madre di tre figli. Persona di carattere serio, donna appassionata e sempre sincera, amante del calcio, riversa il suo amore per la parola anche in saggi e poesie. La cultura e la politica non sono per lei semplici interessi, ma dimensioni fondamentali dell'esistenza.