Cala il sipario sull’opera diretta di Simona Tortora ispirata a Jean Anouilh ieri sera in scena al Diana di Nocera Inferiore per l’Essere e l’Umano

di Fabrizio Manfredonia

In un contesto come il nostro dove tutto va veloce, dove ogni momento deve necessariamente essere riempito e stimolato, già sedersi un venerdì sera sulla poltrona di un teatro è un atto rivoluzionario. Se poi sulla scena rivivono le vicende antichissime, eppure straordinariamente moderne di Antigone, sembra quasi che quell’atto si tramuti in un rito di arcaica collettività. Il primo merito de “La piccola Antigone” andato in scena ieri per “L’Essere e l’Umano” è stato proprio questo: riunire una folla eterogenea al teatro Diana di Nocera Inferiore per sospendere pensieri e paturnie quotidiane per un’ora.

Su quel palco c’era tanta passione. La passione di una regista, Simona Tortora, innamorata delle svariate possibilità che il teatro può offrire ma anche la passione degli attori della compagnia Artenauta, calati in una dimensione parallela, quella della tragedia greca.

“La piccola Antigone”, è vero, non è solo quella di Sofocle ma soprattutto quella raccontata da Jean Anouilh, eppure la tragicità che emerge è più vicina all’ideale sofocleo che a quella del drammaturgo francese. Nonostante la modernità delle parole, le scelte terminologiche più vicine ai nostri tempi, ieri sera è stato come assistere ad una rappresentazione teatrale del V secolo a.C.: è stato come attraversare un paradosso temporale e, nello stesso istante, specchiarsi intravedendo ciò che accade nel mondo nel 2026.

I sette attori in scena hanno dimostrato grande amore per i personaggi: la delicatezza che hanno avuto nell’interpretarli è stata palese dalla prima battuta. Le “sporcature” e le imperfezioni nella voce o nel movimento, hanno fatto capire meglio di ogni altra cosa l’emozione e il rispetto che questi sette hanno avuto nei confronti dei personaggi.

Antigone, interpretata da Anna Sole Tortora, è una ragazza determinata eppure spaventata, in lei, a tratti, emergono quegli ideali decadenti che avrebbero caratterizzato l’Europa occidentale tra ‘800 e ‘900: l’attrice qui ha dato prova di grande concretezza nell’interpretare la complessità della protagonista. Non era facile mantenere la tensione per l’intero spettacolo; eppure, l’attrice per buona parte della messa in scena c’è riuscita puntando su tecnica e ascolto degli altri attori.

Creonte, re di Tebe, è stato invece interpretato da Totti Pacileo. La performance pulita, regale nel suo incedere, ha contribuito a non caricare di orpelli un personaggio che incarna la legge, di per sé spietata. In contrapposizione alla cupa immagine di Creonte c’è stata quella della nutrice, interpretata da Annetta De Vivo. La sua performance non ha stupito chi da tempo segue la compagnia Artenauta: centrata, materna, viva.

Gaia Antonia Cuccurullo è stata invece Ismene, sorella di Antigone. La sua recitazione asciutta ha restituito coerenza drammatica ad un personaggio che è l’antitesi di Antigone, una donna che ha già affrontato le difficoltà del mondo e che ha imparato più per necessità che per desiderio, ad adattarsi.L’Emone, amato da Antigone, è stato interpretato da Renato Anzalone. La sua performance è stata sorprendente: il giovaneattore ha avuto una presenza scenica da veterano. Già dopo poche battute ha lasciato intendere la complessità di un ragazzo in bilico tra l’amore giovanile, la passione bruciante e il peso della legge. Il personaggio che però ha colpito di più gli spettatori è stato quello della guardia. Marco Amantea, solo apparentemente ha interpretato un personaggio “comico” incaricato di alleggerire in alcuni momenti la narrazione. La guardia è l’archetipo di chi vuole evitare di prendere una posizione, di chi si nasconde dietro ad un comando, di chi è un complice silenzioso. Infine, Giuseppe Citarella, Polinice. Il pretesto per la disobbedienza civile, il trauma necessario per prendere consapevolezza. Citarella, pur bravo nella parte vocale, è con la fisicità e la pulizia del movimento, che ha catturato l’attenzione della platea. La plasticità dello sguardo ha creato un ponte di empatia con gli spettatori.Impossibile poi non menzionale il disegno delle luci di Peppe Pettiche si fonde in maniera impeccabile con le musiche di Francesco Galdieri e Simona Tortora: una performance che potrebbe quasi vivere autonomamente.

In conclusione “La piccola Antigone” non è uno spettacolo facile: ci sono tante parole, il ritmo è serrato e forse conoscere almeno in parte la storia aiuta a districarsi meglio tra le scene. Eppure, ha il merito di colpire lo spettatore: dal primo suono elettronico mescolato alla luce blu dei fari, sino alla chiusura del sipario è impossibile resistere al fascino di questa storia arcaica e modernissima.