Il celebre augurio di buona fortuna aveva anche un significato particolare per i navigatori del passato, ed in particolare era in uso a Venezia
C’è un augurio che gli italiani pronunciano ogni giorno, spesso senza conoscerne davvero il significato: “In bocca al lupo.”
Lo si dice prima di un esame, di un debutto teatrale, di una gara, di un colloquio. È un gesto di incoraggiamento, un modo affettuoso per dire “vai, ce la farai”. Ma la risposta quella sì divide: c’è chi risponde “Crepi!”, chi preferisce “Evviva!”, ma non sa quale sia la forma corretta. Eppure, dietro questa semplice formula si nasconde una storia sorprendente, che attraversa la cultura pastorale, la natura del lupo, la marineria veneziana e persino il mondo greco.
La risposta “Crepi il lupo” è oggi la più diffusa, ma non è la più antica. Nasce nell’Ottocento, quando il lupo era percepito come un nemico concreto delle comunità rurali. I pastori, comprensibilmente, vedevano nel lupo la rovina delle loro notti e dei loro greggi. Da qui la formula apotropaica: scacciare il male augurando la morte del predatore. Ma questa lettura, per quanto radicata, è tardiva, limitata e culturalmente miope.
Molto più antica, e sorprendentemente più logica è invece la risposta “Evviva”. Per comprenderla bisogna guardare al lupo non come simbolo di ferocia, ma come animale reale. La lupa, quando la sua tana è in pericolo, compie un gesto che dovrebbe far arrossire chi ancora risponde “Crepi”: prende i cuccioli con la bocca e li porta in salvo, uno alla volta. La bocca del lupo è il luogo della protezione, non della minaccia. È la cassaforte della vita, non la sua fine.
Dire “In bocca al lupo” significa augurare sicurezza, non pericolo. E la risposta naturale, logica, quasi inevitabile è “Evviva”.
Ma c’è un’altra verità, ancora più solida, che affonda le radici nella storia della Serenissima. A Venezia, la “bocca di lupo” non era un’immagine poetica, bensì un dispositivo concreto: una fessura muraria che collegava il molo all’ufficio doganale.
Ogni comandante di nave mercantile, al rientro da un lungo viaggio, doveva consegnare immediatamente il libro di bordo e la dichiarazione delle merci. La consegna avveniva giorno e notte, infilando i documenti in quella piccola apertura.
Augurare a un equipaggio “In bocca al lupo” significava dunque: che possiate tornare sani e salvi a Venezia e consegnare i documenti nella bocca di lupo. Era un augurio di ritorno, non di partenza. Un augurio di sopravvivenza, in un’epoca in cui pirati, tempeste e bastimenti ostili rendevano ogni viaggio un rischio reale. E la risposta dei marinai era semplice, diretta, vitale: “Evviva!” oppure “Speriamo!”
Per completezza, vale la pena ricordare anche un’ipotesi etimologica meno nota, ma affascinante, che non ha nulla a che vedere con i lupi e molto invece con i rapporti profondissimi che legavano Venezia al mondo greco.
In Grecia, infatti, chi si mette in cammino può sentirsi augurare «Enbàine ten àlupon odon», espressione che significa letteralmente: imbocca una via non pericolosa (a-lupon, cioè “senza pericoli”). È facile immaginare quante volte, nei secoli, mercanti veneziani abbiano ascoltato questo augurio da colleghi greci, durante gli scambi che univano l’Adriatico all’Egeo.
E come spesso accade quando due lingue si incontrano, le parole straniere vengono adattate, deformate, reinterpretate. È successo con l’isola greca di Skarpanto, da cui deriva il cognome veneziano Scarpa. È successo con Monemvasìa, che significa “un solo porto”, e che a Venezia divenne Malvasia, nome che ancora oggi sopravvive nel vino omonimo. Allo stesso modo, è possibile che l’augurio greco «Enbàine ten àlupon» sia stato frainteso o trasformato nella lingua parlata fino a diventare, nella pronuncia popolare, qualcosa di molto simile al nostro “in bocca al lupo”.
Che questa ipotesi sia o meno la vera origine, una cosa resta chiara: i lupi non c’entrano. C’entrano Venezia, la Serenissima, le sue navi, i suoi mercanti e quella rete fittissima di rapporti che per secoli ha unito l’Adriatico al Levante.
Tre risposte, tre mondi: la paura pastorale, la logica della natura, la storia marittima veneziana e persino un’eco greca. Oggi convivono tutte, ma solo una “Evviva” rimane coerente con il significato originario dell’augurio. “Crepi” è figlia della paura; “Evviva” è figlia della vita.
E forse, in un tempo che riscopre la natura e la storia con occhi nuovi, è proprio “Evviva” la risposta che restituisce senso, bellezza e verità a uno degli auguri più amati della nostra lingua.

