Il “Soldato di pace” è una potente espressione di ossimoro, ma solo in apparenza: la figura del soldato, simbolo di conflitto, qui viene reinterpretata come custode della pace.

Forse non combatte con armi ma con ideali, memoria, sacrificio.

Il ferro materiale rigido, freddo, resistente ben si presta a incarnare la tensione tra guerra e pace, tra forza e speranza. Ammirarla in silenzio, è già un atto di rispetto verso il messaggio dell’opera.

Più che una contraddizione, è una sintesi.

Il “Soldato di pace” del maestro Cirò, (Ciro Andriuolo, nato a Pareti, Nocera Superiore), è un’opera che parla con il linguaggio delle contraddizioni: un corpo filiforme, quasi alieno o mitico, costruito con ferro grezzo, cammina deciso, arco in mano… ma non per ferire.

L’arco, svuotato di minaccia, diventa simbolo di tensione verso qualcosa di più alto: giustizia, equilibrio, memoria.

La posa è dinamica, ma l’intento è statico, riflessivo. L’assenza del volto rafforza il messaggio universale: chiunque può essere un soldato di pace.

Ero accanto per salutare l’opera in Piazza Amendola, in partenza per una caserma, complice assertivo dell’idea.

Di Giulio Caso

Geologo