Vengono richiesti una serie di obblighi senza alcuna gratificazione professionale, mettendo a rischio la tenuta del settore: «Così si incentiva alla libera professione, non a tutelare i cittadini!»
Si chiama provocatoriamente “Medici senza carriere” l’associazione di professionisti di cui è presidente il dottor Salvatore Caiazza, che sta ottenendo anche importanti visibilità all’interno della sigla sindacale SMI (Sindacato Medici Italiani).
Il dottore Caiazza rappresenta un gruppo di professionisti, in stragrande maggioranza medici di medicina generale (il cosiddetto medico di famiglia, insomma) che contestano duramente l’accordo regionale integrativo al contratto nazionale che riguarda, appunto, i medici di famiglia.
«I motivi della nostra ferma protesta – ci dice il dottore Caiazza che con la sua associazione è riuscito ad ottenere uno stop temporaneo nella sottoscrizione dell’accordo integrativo – riguardano il fatto che con tale accordo si vogliono imporre ai medici di base una serie di obblighi, tra i quali una serie di orari di reperibilità aggiuntivi, violando ogni principio del diritto del lavoro. Vogliono da noi cose che possono essere chieste a dei dipendenti, mentre noi siamo dei semplici convenzionati. E in più pretenderebbero che noi ci comportassimo come dipendenti da un lato continuando a non riconoscere diritti come le ferie, dall’altro senza mettere nessun compenso aggiuntivo sul piatto della bilancia».
Per esser chiari, con la bozza di accordo aggiuntivo regionale in corso di esame i medici saranno obbligati ad orari aggiuntivi ma resterà a loro carico non più soltanto trovare e retribuire di persona un professionista che li sostituisca nel periodo di ferie, ma dovrebbero preoccuparsi di fare altrettanto anche per i “turni integrativi” che vengono a loro chiesti.
Il fine, tutt’altro che nascosto, è riuscire ad eliminare in tempi non lunghi i presidi di guardia medica facendo sì che siano i medici di base a coprire questo servizio. I medici di base per far fronte a queste esigenze dovrebbero riunirsi in una sorta di forma cooperativa, aggravando non di poco le spese per mantenere in piedi i loro ambulatori.
«Se tanto pretendono da noi trasformino il rapporto di lavoro da convenzionati liberi professionisti a dipendenti dirigenti medici – continua il dottor Caiazza – Questo significherebbe dare al professionista anche una dignità professionale, piuttosto che seguire progetti che pian piano potrebbero portare ad un graduale smantellamento della sanità pubblica. Ed è, questo, un qualcosa che per quanto possibile noi cercheremo di ostacolare. E sì, perché in Campania la sanità lascia molto a desiderare. Pensi che se lei va a Roma da un cardiologo che opera in strutture pubbliche lei esce con delle prescrizioni già pronte per essere utilizzate in farmacia. In Campania invece lo specialista prescrive su fogli bianchi, ed il medico di base teoricamente dovrebbe limitarsi a trasportare su ricette spendibili in farmacia quanto dettato dallo specialista. Ignorando tra l’altro che il medico di base ha delle precise responsabilità sul budget di spesa ammissibile. Insomma: un cane che si morde la coda e in questo il medico di base da un lato non può prescrivere determinati esami senza il supporto di una ricetta specialistica ma dall’altro non potrebbe opporsi ad uno specialista che prescriva esami inutili perché riferiti a parametri del paziente già monitorati dal medico di base!».
Una battaglia, questa, che merita il supporto della cittadinanza e degli organi di informazione. E noi, su questa battaglia vi terremo informati.
