Annamaria Mele

Annamaria Mele, neopresidente nazionale di ANAPI Pesca, fa il punto sulle problematiche del settore e punta il dito contro inquinamento, navi mercantili e imbarcazioni da diporto

È Annamaria Mele, calabrese, classe 1975, la nuova presidente nazionale di ANAPI Pesca.
Dalla progettazione nei territori calabresi ai tavoli istituzionali nazionali, il percorso di Annamaria Mele è quello di una dirigente cresciuta sul campo. Con alle spalle una lunga esperienza tra fondi europei, sviluppo locale e rappresentanza di categoria, Mele ha costruito negli anni una figura ibrida tra tecnica e politica: project manager, docente, dirigente associativa e interlocutrice delle istituzioni su temi chiave come sostenibilità, economia del mare e politiche della pesca.
Negli ultimi anni ha contribuito a trasformare ANAPI Pesca da associazione di categoria a soggetto riconosciuto nella filiera agro-ittica, con un ruolo crescente nel dialogo con ministeri, Parlamento e organismi europei.
Alla base della sua azione, tre parole chiave: autonomia, democrazia e confronto. Ma soprattutto una linea precisa: superare la frammentazione del settore e costruire una rappresentanza capace di incidere davvero sulle scelte politiche.
– Dottoressa Mele, come è approdata ad ANAPI?
«Ero delegata regionale della Calabria dal 2016. Nel 2022 lavoriamo a una progettazione molto importante sulla filiera del punto del settore ittico e mi viene proposto l’incarico da direttore generale. Dopo la dipartita del nostro presidente nazionale scoprii che lui mi aveva lasciato per procura la rappresentanza legale dell’Anapi, per mettere ordine anche a questa associazione di categoria che stava a poco a poco andando perdendo un po’ di aderenza, soprattutto da un punto di vista istituzionale.
Sono stati tre anni di duro lavoro e l’ultimo congresso ne è stato il coronamento, nel senso che la base, i pescatori delegati e i delegati nazionali, potevano scegliere di non continuare a darmi fiducia, eleggendomi alla carica di presidente nazionale».Annamaria Mele
– Parliamo di piccola pesca …
«Diciamo che fondamentalmente ormai le associazioni di categoria tesserano a ruota libera, quindi non c’è una grande distinzione tra gli associati. Ma da un punto di vista statutario la piccola pesca costiera è connotazione di poche associazioni di categoria come Agri Pesca, che fa parte dell’ambito della casa famiglia UCI. La differenza sta nella strutturazione, cioè Anapi Pesca è un ente datoriale: noi tesseriamo e quindi curiamo l’impresa non il marittimo, non il singolo lavoratore. Abbiamo una rappresentanza diretta nello CNEL, firmiamo i contratti nazionali del lavoro insieme a CONSAL, e questo ci dà anche diritto di gestire fondi collegati al piano nazionale triennale e quindi alla divulgazione della politica comune della pesca».
– Perfetto, allora andiamo più nello specifico: Annamaria Mele in che cosa vuole qualificare e differenziare la sua organizzazione da altre in un momento in cui anche per la crisi del carburante non è che ce la si possa passare così bene?
«Fondamentalmente ho sempre avuto un principio: quello che diversificare è l’unico modo per far sopravvivere un’azienda, qualsiasi cosa essa faccia. Ogni volta che progettavo qualunque iniziativa, la mia idea era sempre finalizzata a far sì che quell’impresa o quell’attività che si avviava poi potesse avere duplici sfaccettature. Questo è ciò che sto portando in Anapi come concetto. Abbiamo ampliato lo statuto abbiamo aperto le vedute, come già stavo facendo da qualche anno, al settore dell’ittiturismo e della pescaturismo. Abbiamo innovato e vorremmo occuparci dalla formazione dei giovani, perché è da lì che bisogna cambiare anche la cultura dell’impresa della pesca. Il pescatore è visto oggi come un soggetto cruento, un soggetto difficile che non comprende le situazioni anche da un punto di vista politico.
Noi dalla formazione stiamo lavorando alla costituzione di un’ITS Academy del mare che si occupi della trasformazione, commercializzazione, logistica, trasporto: tutto quello che rientra nella filiera dell’agroittico e quindi agricoltura, agroalimentare e pesca. Non ho fatto nient’altro che portare il principio di sovranità alimentare, tanto voluta anche da un punto di vista politico oggi in Italia, concretizzarla e metterla al servizio di queste imprese. Se il pescatore riesce a diversificare la sua attività, quando appunto il caro gasolio non ti consente di uscire in battuta di pesca cinque giorni alla settimana esci tre, mantieni la sostenibilità ambientale, e gli altri due giorni ti trasformi il prodotto dei tre giorni precedenti, ed infine sabato e domenica li fai consumare nelle tue strutture ricettive».
– Parliamo di pesca turistica. Un concetto che può incuriosire tantissime persone e quindi portarle maggiormente a leggere questa intervista. Cosa ne intendiamo specificamente con il concetto di pesca turistica?
«La pesca turismo, in effetti, va vista in due aspetti: quello profano, cioè quello che potrebbe fare chiunque anche senza una licenza di pesca, è trasporto persone charter di pesca, e quindi hai delle qualifiche collegate esclusivamente alla visita turistica, al giro in barca. La pesca turismo invece è un concetto diverso, intanto è fatto verosimilmente col battello da pesca, quindi viene utilizzata l’imbarcazione del pescatore, modernizzata e con le annotazioni di sicurezza idonee. Vengono sbarcati gli attrezzi di pesca, ma viene consentito al pescatore di effettuare delle azioni di pesca simulate o reali al fine di divulgare proprio la professione. Il pescatore diventa guida turistica, spiega sia l’azione di pesca di per sé che il contesto. Il pescato può essere trasformato e consumato direttamente sull’imbarcazione nella cucina della barca, lo si consuma con gli ospiti. La scia per avviare un ittiturismo è proporzionale alla licenza del pescatore: se hai tre imbarcati, allora il turismo può avere nove posti letto».peschereccio a idrogeno
– La pesca, spesso in apparenza senza regole, come si vuol coniugare con la necessità comunque di lasciare ripopolare l’ambiente?
«È la domanda che chi ha continuato a fare il percorso che faccio io si sarebbe aspettato di ricevere – ci dice con un sorriso Annamaria Mele – Allora intanto parto da questo concetto: quando si parla di sostenibilità, e non è una frase fatta perché ormai la usa davvero chiunque, quella di questo lavoro deve essere sociale, ma soprattutto ambientale! Questa è una professione che si fa da duemila anni. Come da duemila anni si coltiva la terra e se ne traggono i frutti. Se il mare non si è mai impoverito con la pesca, quindi con il prelievo da caccia, come mai si è impoverito adesso dopo duemila anni? Il problema non è la pesca. Nell’agricoltura il coltivatore più muove la terra, più la terra produce. La stessa cosa è per il mare. Più tu muovi, agiti l’acqua, più l’acqua produce, si muove quello che abitualmente chiamiamo mangianza. Il problema del mare è l’antropizzazione. È inutile continuare a dire che la pagliuzza nell’occhio fa il problema: non è la pagliuzza, sono le navi mercantili, sono la pesca industriale che prima non prelevava nel Mediterraneo in quanto mare chiuso. Sono gli scarichi fognari di tutte le coste. Noi non chiediamo di praticare la pesca in una maniera dissennata: noi diciamo rimettiamo mano ai piani di gestione. Facciamo i piani di gestione con i pescatori e non calati dall’alto da società terze e da enti di ricerca privati che possono in un modo o in un altro essere condizionati o condizionabili. Sono i pescatori che devono collaborare ed essere gli artefici della gestione dei piani. In quel momento tu capisci che stai continuando a far pescare i pescatori negli stessi periodi in cui li facevi pescare 10, 15, 20 anni fa, ma nel frattempo è cambiato tutto. È cambiato il clima. Ribadisco, l’antropizzazione ha fatto, secondo me, il grosso… Cioè il mare l’abbiamo inquinato noi. È inutile continuare a dire che è la pesca che preleva. Se tu fermi le imbarcazioni nei periodi in cui conviene alla grande distribuzione, ossia nei mesi in cui non c’è un picco di vendita, e mi fai andare a pescare i giovanili è logico che non avrò un altro tipo di prodotto se tu consenti a paesi terzi di venire a prelevare il mio tonno rosso, il tonno italiano del Mediterraneo!»

Di Gigi Di Mauro

Giornalista con esperienza ultra quarantennale, è educatore e pedagogista clinico. È consigliere regionale campano dell'Associazione Pedagogisti ed Educatori Italiani (APEI) con delega all'autonomia. Nel 2025 ha conseguito la laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche. Da oltre un ventennio si dedica allo studio della storia comparata delle religioni, ottenendo nel 2014 dal Senato accademico dell'MLDC Institute di Miami una laurea Honoris Causa in studi biblici. È autore di alcuni saggi, tra i quali uno sulle bugie di storia e religione